“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek

Devo chiedere scusa a chi mi legge, ma questa volta mi è stato impossibile fare  la classica recensione di un libro.

Perche’ leggendo questo libro non vi potrò dire che Gerda Taro era nata a Stoccarda nel 1910, non troverete neanche il racconto della sua infanzia, ne il primo approccio alla fotografia, ne della sua relazione con un altro grande fotografo, Robert Capa.

Non troverete nemmeno il racconto di quell’incidente che in Spagna, durante la guerra civile, gli costo’ la vita a soli 26 anni.

No, questo libro non e’ una biografia canonica e puntuale della fotografa tedesca, questo libro e’ un intrecciarsi di tre storie, quella di Willy Chardack, di Ruth Cerf e del dottor Kuritkes.

Ma nel libro non troverete ne le loro storie ne le loro vite, ma troverete un unico punto di connessione tra queste tre persone: Gerda Taro, entrata nelle loro vite e non piu’ uscita.

Si perché nel libro della Janeczek, vincitore del Premio strega 2018, Gerda Taro e’ tremendamente presente pur palesandosi solamente  come una meteora nel ricordo dei tre protagonisti.

Non si può raccontare questo libro, perchè la trama è confusa, intrigata, complicata ma in fondo anche Gerda era così.

“Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”.

Proprio come lei amava fotografare attimi e fissarli nel tempo, così il suo ricordo è fissato nella memoria di queste persone.

Di lei rimangono solo attimi, momenti, frasi come quelle che si trovavano nei vecchi album di fotografie (prima dell’era digitale) quando si voleva fermare un momento felice, un momento di quiete prima della tempesta. Com ognuno, riguardando le vecchie fotografie, riporta alla mente ricordi, frasi, volti di chi magari non c’è più, così fanno i protagonisti del libro.

Nelle loro menti ci sono fotografie ben precise di quella ragazza, troppo giovane, ma tanto determinata da non aver paura di nulla, neanche della guerra. Neanche della morte.

Più il libro va avanti e più l’anima di Gerda si fa presente, perché lei  non vuole  rimanere solo una fotografia, non vuole rimanere solo un ricordo. Pagina dopo pagina quest’anima prende forma e ti ritrovi a fissare la copertina del libro con la sua foto che ti fa l’ occhiolino e capisci che lei e’ sempre stata li.

Di solito nei libri che ci piacciono ci immedesimiamo nella protagonista o nel protagonista, qui Gerda va oltre. Non hai bisogno di immedesimarti in lei, lei ha bisogno che il lettore sappia che c’è ed è viva e reclama il suo posto nella storia.

“Oggi nessuno sa piu’ chi era Gerda Taro. Si e’ persa traccia persino del suo lavoro fotografico”.

Ma quando chiudi il libro sai che anche questa volta Gerda  c’e’ riuscita, con la sua testardaggine, col suo modo bambino di essere donna, si e’ ripresa quel posto che la storia si era dimenticata di lasciarle.

“A volte, per seguire un esempio, basta fare un nome”.

Quel nome e’ scritto indelebile nella memoria di chi l’ha vissuta e di chi ha saputo  trovarlo nelle pagine di questo libro.
Quel nome e’ Gerda Taro.

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HELENA JANECZEK

Nata in una famiglia ebreo – polacca a Monaco di Baviera, vive da piu’ di 30 anni in Italia.

Con questo libro ha vinto il premio Bagutta e il premio Strega 2018 ed e’ finalista al Premio Campiello.

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